
Ieri sera, sul tardi, è andato in onda su Italia 1 Thirteen, la storia di due fashion-victim tredicenni e della loro vita a base di sesso, droga, violenza e furti ai centri commerciali.
E' un film indipendente molto crudo che al tempo della sua uscita nei cinema aveva fatto discutere sulla sua veridicità con le solite generalizzazioni a buon mercato: possibile che le tredicenni di oggi siano tutte così?
Non mi pronuncio su questo, ma di una cosa sono sicura: io a tredici anni, al confronto delle due protagoniste del film, ero davvero una tonta.
Insomma, il periodo dei miei dodici/tredici anni è stato davvero una cosa assurda, ma in modo positivo, tutto sommato: mi divertivo da matti con niente ed ero circondata da gente simpatica.
I miei migliori amici alle medie erano un contadino, un genio dell'informatica, una che mi credeva la sua psicologa, una ninfomane ma solo teorica e un'altra che alla messa, durante il fatidico "e ora scambiatevi un segno di pace" mi dava sistematicamente un pestone al piede.
Vabbé, magari gente non molto simpatica, ma quantomeno particolare.
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I compiti li facevo veloce veloce dalle due e mezza alle tre e mezza ascoltando su Radio Italia Network un orripilante programma di musica tunz-tunz (e nei primi anni Novanta, la musica da discoteca aveva raggiunto un tale grado di trashitudine da trasfigurarsi in sublime).
Poi uscivo fuori a cazzeggiare.
Ero davvero un maschiaccio e non me ne fregava niente di cose come truccarmi o vestirmi bene.
Invece, avevo sparso per il quartiere la voce che ero cintura nera di karate, così per megalomania.
In realtà ero una pippa in qualsiasi arte di combattimento, ma ero bravissima a scappare e nascondermi per il quartiere da una banda di maschi che voleva assolutamente combattere contro di me.
Ogni pomeriggio.
Una vita spericolata, praticamente.
Per quanto riguarda la mia situazione sentimentale, avevo una sorta di relazione di cordiale amore-odio con il mio vicino di casa.
Era capitano della squadra di hockey, grande e grosso e rissoso, ma io l'avevo in pugno.
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Ogni sera, alle sette e mezza, sua nonna si affacciava alla finestra e gli chiedeva cosa volesse per cena.
E lui, ogni volta, prima di risponderle, si girava verso di me.
- Andrea, stasera tu mangi i Sofficini.
E allora lui, zerbino ante-litteram:
- Nonna, Sofficini!
Come vi dicevo - l'avevo in pugno.
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Comunque, un tardo pomeriggio, mentre fuori faceva temporale, ci eravamo infrascati in garage, dentro la Volkswagen scassata di suo nonno, e - dopo esserci raccontati qualche barzelletta sporca - avevamo iniziato ad avvicinarci e darci qualche bacetto e toccatina.
Lui puzzava di capra in una maniera indescrivibile, ma era una situazione carina, anche se è difficile crederlo.
Ad un certo punto, entrò ad interromperci sua nonna, urlando come una furia:
"Allora! Tirale fuori! Lo so che le hai nascoste qui!!"
Si riferiva a uno stock di magliette dell'Inter che lui aveva - non so come - rubato da qualche parte e ora le vendeva ai ragazzi del quartiere per quindici mila lire l'una.
Era tutte magliette di Branca. Ronaldo era ancora un incubo lontano.
Alla fine la nonna gli sequestrò tutte le magliette e noi rimanemmo un po' così, frastornati per l'irruzione improvvisa.
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Comunque il giorno dopo, lui mi chiese se mi andava di accompagnarlo dietro un cespuglio a fare la pipì.
E io lo accompagnai dietro il cespuglio a far pipì: si tirò giù le braghe, fece pipì, si rimise a posto le braghe, sempre sotto il mio sguardo vigile. E poi andammo a giocare a pallavolo.
Come dicevo, ero proprio tonta.