lunedì, 30 luglio 2007

Tutti siamo emotivi, tutti abbiamo un cuore che batte, tutti se ci ferite sanguiniamo.
Ma gli emo-boy di più.

Se a un emo-boy si rompe un unghia.
Se finisce lo smalto nero quando gli manca da dipingere solo il mignolo sinistro.
Se un laccio emostatico si spezza.

Sono dolori che noialtri stronzi insensibili non possiamo capire.

...

Gli emo-boy cantano che la vita è uno schifo, che l’amore fa soffrire, che si sentono soli e incompresi.
Benvenuti nel club.

Sono un po’ come i Lord Byron o i Percy Bysshe Shelley dei giorni nostri:
loro non soffrono, loro si struggono.
Loro non desiderano, loro anelano.
La loro non è anima, il loro è spirito immortale.
Loro, spero finiranno tutti affogati al largo di Porto Venere.

Perché alla fine, cambiano le mode, cambiano i secoli,
ma le seghe mentali sono sempre quelle.
Sarà difficile però trovare tra la moltitudine di canzoni emo qualcosa di dignitoso al pari di un'
Ode al vento dell'Ovest.

Oppure no.
Inizio a nutrire il sospetto che tutto il Romanticismo non sia altro che un lunghissimo teaser di preparazione marketing per l'avvento degli emo-boy.

...

Questo, quello che mi è chiaro.
Per il resto, brancolo abbastanza, ma il naufragr m'è dolce in questo mare.
Da quel che penso di aver capito:

Essere emo è innanzitutto avere un buon taglio di capelli.
Una bella frangetta sfilata che ti copre gli occhi mascarati, che ti rende misterioso, romantico, imperscrutabile.

Vecchio trucchetto da rimorchio che, tra l'altro, funzionava fin dai tempi degli anime giapponesi: cosa sarebbero stati Capitan Harlock, Lowell o André senza il ciuffone che copre l'occhio da triglia?

Essere emo è soprattutto illudere tutti con un’aggressiva schitarrata introduttiva.
E poi far cadere completamente i coglioni agli ascoltatori con un versetto di miagoloso struggimento.

Essere emo è che, se tutto va male, almeno hai un futuro assicurato come visagista delle dive.

...

L’essere emo per eccellenza in questo periodo è Bill Kaulitz dei Tokio Hotel.
Ambiguamente androgino, ha capito che per avere il maggior bacino di fan possibile devi essere considerato materassabile da entrambi i sessi.

Ragazzi e ragazze – tutti che sbavano per Bill.
Per quanto mi riguarda, mi è rimasta impressa solo una cosa: secondo me fare una canzone sui monsoni porta sfiga.
Al prossimo disastro metereologico su qualche isola dell’Oceano Indiano, sono sicura che Studio Aperto la userà come colonna sonora del relativo servizio.

E il cerchio si chiuderà definitivamente.

Dietro a Bill si muove una fauna interessante.
I suoi tre compagni di band.
Uno è il fratello gemello – stessi lineamenti delicati, stessa aria dannata.
Fama di gran porco -  si vocifera sui siti della gente che sa.

E poi i due chiattoni restanti che si portano addosso la più classica delle facce da crucchi.

Mi immagino dopo un concerto, i due gemelli che si chiudono in camerino con le groupies a fare sesso sadomaso e i due barilotti di birra che invece smontano il palco, fanno le pulizie, lucidano gli stivali, vanno a comprare nuovi flaconi di lacca.

Insomma, più pratici e utili dei bidoni aspiratutto.

...

Comunque, se si vuole avere un riassunto finale chiaro e lucido sul fenomeno emo, Yahoo Answers è come sempre il modo migliore:

Emo (emotional) è uno stile quasi simile (simile eh) allo stile punk.
Se cerchi anche immagini su google con la parola chiave emo usciranno anche immagini dove dei ragazzi (maschi) si baciano.
Può darsi che siano gay, però non è ben chiaro il motivo per cui si bacino anche se non sono gay.. Non so se mi sono spiegata..
I sentimenti e quindi le EMOzioni che provano gli fanno sentire minori agli altri ecc.. 
in quella ricerca d'immagini che farai usciranno anche immagini dove si tagliano le vene.. 

...

Wow. Non brancolo più.
Mi sono proprio persa.
Investita dal monsone.

Quindi se qualcuno sa qualcosa in più, parli.
Io intanto mi metto in un angolino a rimpiangere i gabber.
sup-postato da: Barbara23 alle ore 23:55 | Permalink | commenti (56)
categoria dello spirito:musik, voglio la sua testa
domenica, 29 luglio 2007

Il panettiere di sabato mattina, signora mia.
L’unico panettiere aperto nel circondario in un sabato mattina d’estate.
Pare una succursule della casa di riposo.
E ti sembra che in paese sia rimasta solo tu. E i vecchi.

Ah, ma diventerai vecchia anche tu, eh.

Vai di buona lena dal panettiere il sabato mattina con l’intenzione di prendere sette ciabattine.
Ci vuole una grande forza d’animo per accettare il numero 54, quando sul display lampeggia un misero 06.

Aspetti.
Aspetti pensando che, in confronto, gli assalti ai forni del passato devono essere stati dei simpatici happening.

L’incoveniente di quando sei in fila con ultra settuagenari è che tre quarti di loro sono sordi.
Quindi a chiamata del numero, non rispondono.

Tu sei contenta – in un batter d’occhio vedi che la distanza per il tuo turno si accorcia - ma sai che è troppo bello per essere vero.
Tuttavia ci speri. Invano.

Perché l’inconveniente di essere in fila con ultra settuagenari sordi è che comunque un po’ ci vedono ancora.
E allora – ad un certo punto, magari appena poco prima che tocchi a tegraziati da un tregua momentanea della loro cataratta - inizieranno a reclamare gracchiando la posizione perduta.

- 32! 32! Sono io il 32!

E il 45 viene scalzato in pieno da cotanto impeto di rivalsa.
Urla uno - iniziano ad urlare tutti.
Tutti che si sono dimentimenticati che era il loro turno, tutti che danno la colpa al fatto che la panettiera scandisce i numeri troppo a basso volume.

Tutti isterici, tutti supponenti – se è giusto che ci sia il rispetto dei giovani verso gli anziani, io esigo però che questo sia un sentimento reciproco.

- 32, 38, 46, 33, 47, 48, 29.

I numeri vanno su e giù impazziti e tu aspetti, ormai non sai più nemmeno cosa.
Aspetti, mentre la quantità di pane sugli scaffali scema paurosamente e ti immagini bunker atomici in giardino dove questi vecchi famelici ammassano le loro provviste cibarie.

E le ciabattine diventano tartarughe.
E i filoncini, tartarughe.
E le tartarughe, bocconcini.
E i bocconcini, panini al latte.
E i panini al latte, focacce alle olive.
E le focacce alle olive, due Chupa Chups.

Torni a casa pensando che ami fare scarpetta nel ragù con due Chupa Chups.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 22:07 | Permalink | commenti (44)
categoria dello spirito:me myself and i, osservatorio
venerdì, 27 luglio 2007

Grazie a Pinno per la foto.

O una cosa la si fa bene o non la si fa proprio.
Cincischiare è un vero peccato quando si vedono delle
potenzialità illimitate nelle cose che si intraprendono.

E io, dati gli ultimi disastrosi avvenimenti al Tour de France, non capisco cosa si aspetta a
legalizzare definitivamente il doping.

Pensateci: divertimento drogato per tutti - per chi fa e per chi sta a vedere. 
E tanta, tanta creatività in più in uno sport che ha sempre avuto i suoi momenti di noia.

...

Emotrasfusioni in diretta - plasma di cavallo, di cane, di ratto pompato, per tubicini nelle vene dei nostri eroi sotto gli occhi adoranti di tutti - scambi di fiale, di midolli
, di cellule, borracce avvelenate gettate come gavettoni.

Fisici scolpiti sull’istante, muscoli che si deformano, si gonfiano, costruiscono un’impresa.
Cosa significa arrancare sul Col du Galibier o sulla Peyresourde quando si possono divorare
con i piedi che vorticano impazziti sui pedali e le mani pronte sui freni?

Et voilà - la salita che diventò discesa.

Gambe condannate a triturare kilometri per scongiurare il rischio che il sangue diventi troppo vischioso, scie di bava schiumante da dietro le ruote, occhi che roteano, cuori impazziti.

Poi inizia la salita: all’improvviso le maglie si strappano, i capelli si allungano, spuntano le tette.

Negli anni Ottanta c’era un ciclista che si chiamava Robert Miller.
Ora ha cambiato in Philippa e studia da gnocca.

...

Ciclisti che si fermano in un angolo e pisciano verde fluorescente.

Gente che scoppia – letteralmente, così, ai bordi della strada - ruote che scivolano sul
vomito da congestione dopata dell’avversario.

Ivan Basso, Ian Ulrich, Danilo Di Luca, Alexandre Vinokorouv: tutti fantastici, tutti riammessi.

E Auro Bulbarelli e Davide Cassani alla telecronaca - li voglio dopati anche loro.
Insomma più del solito.

Sarebbe meglio di Giochi senza Frontiere, pensateci.

...

Ma mica solo nel ciclismo.
Il ciclismo è sempre nel mirino perché i ciclisti è risaputo che proprio geni non sono.

 - Ciao mamma, sono arrivato uno.

Ma il doping legalizzato dovrebbe essere applicato a qualsiasi cosa abbia a che fare con la parola sport.

Un campionato di calcio in cui prima del fischio di inizio
ci si fa tutti le piste sulla pelata di Collina.
Un lanciatore di giavellotto drogato che ne infilza per sbaglio un altro drogato che non si accorge di nulla.

O una cosa si fa bene o non la si fa proprio.

...

Mio padre è stato ciclista amatore nella squadra aziendale.
No, non è mai partito alla bersagliera come Fantozzi.

Faceva le sue garette, pareva un supplì sulla strada però qualche coppa e salame per il quarto/quinto posto l’ha sempre portata a casa.

Ma non solo.
Anche storie succulenti sul doping.

Colleghi di una certa età che si infilivano siringhe nel culo iniettandosi di tutto, che ingurgitavano beveroni micidiali, che entravano in iperventricolazione,
che arrivavano al traguardo spiritati.
Per poi vantarsi il lunedì dopo alla mensa della fabbrica di essere arrivati uno.

Amici di famiglia, gente che di colpo non si fa più vedere in giro e poi te li ritrovi un giorno che ti parlano del loro unico rene,
mentre osservano famelici il tuo fianco.

Chiamalo livello amatoriale, chiamalo livello professionistico,
il problema non sono tanto i soldi che circolano.
Il problema è che vincere è bello.

E fare fatica è faticoso.
Per fortuna che la riposta è il doping.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 00:30 | Permalink | commenti (37)
categoria dello spirito:voglio la sua testa
mercoledì, 25 luglio 2007

My heart was flyin' up like a rocket ship
Down like a roller coaster / Back like a loop-the-loop
And around like a merry-go-round.
Palisades Park - Freddie Cannon, 1962

Ultimamente ho avvistato nel cassetto una di quelle foto che ti scattano alla discesa di una giostra con discesa, perché pare che sia pieno di gente che ama vedere immortalata la propria faccia da coglione spaventato.

La giostra in questione era il mitico Colorado Boat di Gardaland.

Davanti ci sono io all’età di sette anni, dietro mio padre con occhiali da sole in incognito e più dietro ancora una vecchia babbiona con cappello di paglia e gonna a fiori e gli zamponi allargati che pare che si inculi mio padre.

E questa vecchia babbiona non è mia madre.
E’ una sconosciuta che chissà perché quel giorno si è imbarcata sul tronco con noi.
L’abbiamo ribattezzata “l’amante di mio padre”.

Son bei ricordi.

Non solo questa sconosciuta che sbuca dal nulla e mina l’equilibrio familiare perché mia madre non riesce proprio a stare agli scherzi e si insospettisce subito, ma proprio Gardaland in sé e le giostre in generale.

Bei ricordi.

Le file, che ti insegano la pazienza, la perseveranza, lo stoicismo, che ti insegnano a come spellarti sotto il sole del mezzogiorno con nonchalance, che ti insegnano che non esiste limite di decibel massimo per un marmocchio che sta in fila ore e ore e si stufa.

L’adrenalina, lo stordimento, l’impagabile paura appena prima di una discesa dalle montagne russe e il relativo urlo che più è forte, più ti raschia la gola, più ti fa scendere le tonsile a far salotto con lo stomaco e più ti fa stare dannatamente bene.

Il vomito per strada.
Perché non c’è divertimento senza rigetto.

Il pupazzone di Prezzemolo, che passava sempre insieme a tutta la banda musicale quando eri andata in cesso o eri distratta a  comprare cartoline – io l’ho visto sempre e solo dal didietro il pupazzone di Prezzemolo, uffa.

Le giostre belliche, quelle in cui dovevi attaccare se volevi vincere.
Tamponare fortissimo sugli autoscontri.
Giravano leggende metropolitana su alcune ragazze che avevano perso accidentalmente la verginità, là sopra.

O mitragliare dagli aerei – la mia preferita.
Portata in alto da un braccio metallico scricchiolante, ai comandi della mia cloche sudaticcia, mi sentivo molto in modalità Barone Rosso.

E in sottofondo “Eins Zwei Polizei”  in loop, completava lo scenario di conquista facendomi proprio venire voglia di impallinare tutti gli altri aerei e volare a conquistare – tipo – la Polonia.

La sala giochi: Street Fighter e Cadillac & Dinosaurs su tutti.

La Valle dei Re: fatta una volta sapevi che andava tutto a finire tra morte e distruzione e tuttavia ci rientravi di nuovo e di nuovo perché volevi toccare un’altra volta il fascione di luce verde all’uscita.

La Bocca della Verità, il toro meccanico, il punching ball con i punteggi per la virilità.
E per mettersi ad osservare i gruppi di ragazzi brufolosi davanti a questi cosi non bisognava nemmeno pagare il biglietto.

La casa degli specchi.
Mai perfetta come quelle che ti mostrano nei film.
Ti veniva voglia di armarti di strofinaccio e Vetril per quante manate c’erano sopra.

Il Tagadà - la selezione naturale dei bulli del paese: quanti capottamenti, quante braccia slogate, quanto sangue dalle gengive.
E alla fine ne rimaneva in piedi solo uno.

I pesciolini rossi che vincevi alle pesche: ti guardavano docili negli occhi e sapevano già che entro due giorni sarebbero morti con la pancia gonfia di mollica di pane.

I figli dei giostrai – grossi occhi scuri, nomadi, liberi - che ti arrivavano in classe per un mese e poi se ne andavano via.
E sotto sotto li invidiavamo da matti.

I calci in culo e le catene umane con gli amici per produrre la spinta necessaria per salire in alto e afferrare l'ambito fiocco.

Olezzo di zucchero filato e roba fritta che ti si impregnava nelle ossa.
Orecchie trapanate da musica tunz tunz e speaker chiacchieroni.
Allegria, senza pensieri.

..

.

Bei ricordi.
Da grande voglio fare la giostraia.
O quantomeno scoprire chi fosse la babbiona dietro mio padre.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 00:55 | Permalink | commenti (57)
categoria dello spirito:parentado, miti e feticci
martedì, 24 luglio 2007

E ogni estate che passa ormai si parla solo dei tormentoni che non sono più quelli di una volta, signora mia.

Dammi la Macarena, dammi un bel Mambo n°5, dammi un bel Vamos alla Playa, dammi Tre parole sole, cuore, amore, dammi, dammi, dammi: Chihuahua - pure qusta fetecchia hanno il coraggio di rimpiangere.

La situazione è che adesso tormentoni in senso stretto non ce ne sono, ma più che altro esistono canzoni di per sé discrete/carine/sopportabili che però ripetute in radio mille e mille volte diventano vomitose.

E così ringrazio tutte le care emittenti radiofoniche nazionali e molto originali che mi hanno fatto odiare canzoni innocue come quelle di Mika, Irene Grandi o i Negramaro o anche Dolores O'Riordan- mai avrei pensato nella mia vita di giungere ad odiare Dolores O'Riordan.

E ora, forza, trasmettetemi pure quelle millenovecentosessantasette buone volte al giorno la nuova dei Garbage - distruggetemi pure questa.

...

Ma nel tunnel forse si inizia ad intravedere il brillio di una candida dentierona in ceramica da cesso che ci salverà da questa penuria di tormentoni.

Andate qui.
Cliccate sul primo filmato.
Fate blaterare questo babbeo chiamato Brian della premiata ditta di ballerini Brian&Garrison per circa venti secondi.
E quando sentirete esplodere un tonitruante:

Ma la musica era troppo forte - pow, pow POW!

Beh, potete inziare a pisciarvi addosso dalle risate e ringraziare il vostro dio per aver mandato qui in terra il suo profeta.
E il ballo della proboscide.

Che detta così pare una cazzata di portata superiore al ballo del qua qua, ma badate bene che secondo Brian, tutto ciò nasconde al suo interno un pensiero filosofico corrosivo e utopistico:

Non si tratta solo di una danza, ma di un vero modo di comunicare.
Questo ballo propone la condivisione di un nuovo linguaggio, pensato per chi ama la discoteca. Si può dialogare con il partner, con gli amici o con chi si vuole semplicemente anche quando si balla.

In altre parole: il nuovo linguaggio dei sordomuti - Brian come Helen Keller sul cubo.
E come tutti gli innovatori del pensiero occidentale, egli ha aperto appunto il blog di cui sopra, per far opera di indottrinamento.

Perché, invero, il ballo si compone di svariati gesti:  quelli base definiscono lo status del ballerino (single, fidanzato, sposato) e poi ci sono tutti quelli che tentano un stabilire un approccio.

Ma, insomma, io non ho né l'accento texano né il phisic du role di Brian, quindi, se siete interessati, andateveli ad imparare dai suoi filmati e poi mettetevi in un vicolo a ripeterli con il cappellino dell'elemosina davanti a voi.

...

Io intanto sono sopraffatta dall'entusiasmo ipervitaminico del coreografo periossidato.

E  inizio proprio a pregustarlo un mondo in cui si comunica solo con il ballo della proboscide, in cui ci sono questi mega altoparlanti che pompano giorno e notte lo stesso ubriacante ritmo anni 80 e che costringono la gente a muoversi come pupazzi con una molla infilata nel culo.

Le strade sarebbero pattugliate da robottoni con denti al nitrato di fosforo con le sembianze di Brian che vigilerebbero sull'ordine e la disciplina.
Se parli, sei disintegrato.

Unica eccezione: "Musica che fa pow-pow-pow" - quello si può dire - non so quanto possa essere utile nell'economia di un'interazione umana, ma si può dire.

Ah, e ci sarebbero pure tanti Tom Cruise vestiti da nazi con la benda all'occhio, come ho visto oggi sul giornale - un'immagine che mi accompagnerà nei miei sogni più lugubri da qui all'eternità.

Così, a spargere il Terrore - come se non ce ne fosse già abbastanza.

E alla fine, bocche e orecchie si atrofizzerebbero, mentre le braccia diventerebbero lunghissime e dinoccolate e i denti sempre più bianchi e si svilupperebbe così una nuova razza: l'Homo Brian.

...

..

.

E' questione di settimane - lo sento - fateci caso per strada: c'è gente che già muove le sue braccione come proboscidi impazzite alla ricerca di noccioline.

Mai avrei pensato nella vita di giungere a rimpiangere Chihahua.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 00:41 | Permalink | commenti (36)
categoria dello spirito:musik
domenica, 22 luglio 2007

Istigata da quel galantuomo di Paul, mi sono sparata in vena questo sito.
Che ha un nome inequivocabile.
Che usa in home page la parola “donzelle”.

Che declina la fuoriuscita mensile di sangue in varie e gustose sezioni:
Arte mestruale dal mondo.
Le mestruazioni in musica.
Glub, Plitch, urrgl!: le mestruazioni nei fumetti.

Che invita i lettori a inventare lo spot mestruale di assorbenti che hanno sempre sognato.
Punto esclamativo.
Sezione vuota – manco a dirlo.

Che dedica Poesie mestruali sull’argomento.
Se c’è un fiume / più bello di questo.
Guarda, ma pure il Seveso dopo la nube tossica del '76.

Che organizza eventi chic.
Aperitivo con il Marchese – Red Party: 10 marzo.
Così le han tutte.

Che racconta cose simpatiche.

Mestruazioni nella storia.
La dottoressa Trutola, direttamente dall’anno Mille, consiglia alle donne di inserirsi in quei giorni un curioso fallo di lana cardata.
Praticamente l’inventrice del primo Tampax.

Mestruazioni e supereroine.
Dorothy è una ragazza protagonista del fumetto Doom Patrol dalle fattezze di scimmia i cui superpoteri sono connessi al ciclo mestruale.
Cazzo, la Pimpa è più eccitante.

Mestruazioni come istituzione.
Un museo dedicato alle mestruazioni in America.
Il suo fondatore è stato minacciato più volte e la vecchia cognata l’ha accusato di stare distruggendo la famiglia con il suo progetto.
Molti pensano che sia solo un piccolo pervertito.

Mestruazioni come cliché.
La cantante delle Lunachick
dice:

La nostra canzone “Plugg” parla di quando ti vengono le mestruazioni, e della rabbia, il dolore e la frustrazione che creano – in modo ironico naturalmente. Siamo donne, perché non dovremmo scrivere delle cose che viviamo?

Mmh.

...

Ora, dopo quest’orgia edulcorata di celebrazione e autocompatimento, guardiamoci nelle palle degli occhi e diciamoci le cose così come stanno.

Ragazzi, alla fine non è altro che sangue dalla figa.
Per un breve periodo. E mal di pancia.
Si muore?
No.
Mi fa essere una persona migliore o peggiore?
No, solo un po’ più bagnata.

Continuiamo pure a fustigarci con questa storia delle mestruazioni-tabù vecchia come il mondo.
Continuiamo a
chiamarle con nomi da pelouche e a nutrirle di tanti bei gadget colorati e profumati.

Le zie di Russia.
Il conte rosso.
Ho ricevuto la visita di zio fiume.
Problemi idraulici.


Vabbé, ma allora pure mio nonno con la sua prostata.


Continuiamo pure a credere che ci facciano sembrare degli essere magici, misteriosi, affascinanti, dolorosi, afflitti, frustati e rabbiosi.
Oppure continuiamo a maledirle con tutte le nostre forze e a volerle eliminare.
Continuiamo in ogni caso a dare loro un’attenzione abnorme.

Poi capisco perché le donne stanno come stanno e gli uomini si pongano sempre un gradino sopra.

Che cosa succederebbe se gli uomini potessero avere le mestruazioni mentre le donne no? -
si chiedono sul sito.
E si rispondono con un geniale lampo di lucidità:

La risposta è semplice – le mestruazioni diventerebbero un evento mascolino, invidiabile e di cui stimarsi: gli uomini si vanterebbero di quanto e di quanto a lungo.


E io non so cosa darei per vivere in mondo in cui non ci siano più piagnistei ed ettolitri di appiccosa consapevolezza e ultra-sensibilità femminile, ma solo un po’ di sana normalità.



Per quel famoso spot sulle mestruazioni, mi è venuta un’idea:

Ragazza, sangue dalla figa?
Ficcati dentro ’sto panno di lana della Dottoressa Trutola e non rompere i coglioni.
Non sei mica il centro dell’universo, carina.

E lo dice una che quando va in giro in quei giorni ha la costante sensazione di avere una perenne macchia di sangue sul culo.

Glub, Plitch, urrgl.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 19:32 | Permalink | commenti (64)
categoria dello spirito:speculazioni, provato per voi
venerdì, 20 luglio 2007

Le domande sono sempre più interessanti delle risposte.
Rispondere è una cosa da principianti, l'impresa ardua consiste invece nel
saper domandare.

I cretini rispondono, solo i saggi domandano.
I sadici mentali rispondono a una domanda con un'altra domanada - ma questa è un'altra storia.

...

Ecco perché
Yahoo Answers è covo di geniacci.
Io lo tengo d'occhio da mesi, così - in religioso silenzio e con le bave alla bocca - contemplando interrogativi su interrogativi posti da
avatar raccapriccianti con occhioni da manga e sorrisi beoti.

Non me ne frega nulla delle risposte.
Io mi faccio travolgere dalle domande.

Le adoro: gli abissi imperscrutabili dell'assurdità umana, l'abuso di punti interrogativi sparsi in modo insensato, la sintassi confusa - uh, quanto mi eccita la sintassi confusa.

Raga..mo rifo la domanda....come se fa a masterizzare..?????..appa... nero?????

Con che cosa vi masturbate??? Sono stufo delle mie mani?

E' vero che le piume portano il malocchio?


E così - avanti ad libitum.
Ma riportare esempi è triste: Yahoo Answers bisogna viverlo.


E chissà se da qualche parte qualcuno ha chiesto pure quello su cui io mi sto arrovellando io da - circa - mezzo secondo, ma che sta già diventando un tamburo insopportabile in testa:

Xkè la tastiera del computer ha qst successione di tasti e non un'altra...?????? Eh, raga, eh..?????

Chissà.

...

..

.

Comunque.
Io voglio CausaAnswers.
Facciamo cose costruttive, facciamo servizi di utilità sociale.

Facciamo diventare questo posto migliore.
Alimentiamoci a vicenda la conoscenza.

Domande: tiratene fuori.
A raffica, come bambini di due anni - ma ancora più molesti.
Magari, se qualcuno sa la riposta si faccia avanti - ma anche se non la sa.

Non fatevi scrupoli -
tanto più in basso del popolo degli answeriani non si può andare.
O forse sì.

...

Confido in voi, bellezze.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 00:20 | Permalink | commenti (78)
categoria dello spirito:mondo web, speculazioni, provato per voi
giovedì, 19 luglio 2007
Il caldo.
Si accettano suggerimenti di qualsiasi tipo.

...

Dopo il lavoro, vagavo instupidita dall’afa per i marciapiedi pieni zeppi di persone, tutte lente, tutte appiccicose, tutte – pure gli uomini - con pantaloncini alla pescatora bianchi che ne risaltavano l’enorme culone.

Dovevo andare in Corso Buenos Aires a comprare un regalo.
Prendo la metro e arrivo alla fermata esattamente a metà strada.
Salgo le scale.
E inizio a non capirci più nulla.

Non so più dove sia il negozio - e ci sarò stata mille volte.
Destra o sinistra.
Due sole direzioni, opposte.
Il 50% delle possibilità di sbagliare.

Mi butto a destra.
E solo molti metri più in là mi accorgo che forse mi sono confusa.
Il senso dell’orientamento di un celenterato.
Quando ci sono due strade – è matematico: io prendo quella sbagliata.



Nel negozio - raggiunto diversi cambi di direzione dopo - la commessa sta confabulando con un amico e da quello che riesco a capire lei è il suo pusher.

Ma di certo non la odio per questo, ma perché sta facendo una confezione regalo ridicola.

Riscendo in metropolitana.
All’imbocco delle scale c’è un uomo forforoso che mi ficca in mano un miserabile bigliettino ciclostilato e farfuglia qualcosa su una festa da organizzare per I Bambini Molto Malati e lo capisci subito che è tutta una patetica palla, ma tuttavia il caldo ti frena dal litigarci insieme e ti fa mettere automaticamente le mani nel portafoglio e prendere su una manciata di monete da consegnarli.

L'Uomo Forfora mi guarda come se la miserabile fossi io, soltanto perché mi sono appena alleggerita di tutti i 2 e 5 centesimi che tanto la macchinetta del caffé al lavoro non accetta, e mi lancia un volto schifato che me lo ricorderò finché campo.

...

In metropolitana la gente sembra tutta più brutta, più unta, più grassa –
grottesca.
Come se la pressione derivata dall’essere sotto terra premesse sui corpi,
deformandoli orribilmente.

Io abbasso lo sguardo verso il regalo e pregusto gia l’atroce sorriso di circostanza che fara la persona a cui lo darò.

Sul treno, quelli di Trenitalia hanno fatto discreti progressi spegnendo il riscaldamento ma dimenticandosi tuttavia ancora il piccolo dettaglio di accendere l’aria condizionata.
Ma sono ragazzi, si faranno.

Ad un certo punto decido che gli occhiali mi danno fastidio, così li tolgo e il panorama migliora nettamente, con tutte queste figure nebulose che mi stanno attorno e di cui ora non vedo più i particolari.

Poi, quando sento di aver perso del tutto il contatto con la realtà, me li rimetto e davanti a me mi accorgo di un inglese che parla al cellulare in un fantastico accento di Oxford, con gli occhi – nel senso proprio di iride – rossi e mani da pianista.

Un colpo di fulmine durato addirittura sei minuti prima che lui scendesse.

...

A casa trovo mio fratello che uccide zanzare su commissione, arrotolandosi la carta igienica sul pugno chiuso come un pugile con il guantone e scacciandole sul muro al grido terribilmente anni Novanta di:

- Cowabungaaaaa!



..

.

Ho letto che in San Babila, alla fermata della metro, hanno installato un nebulizzatore d’acqua che abbassa la temperatura di circa 8 gradi rendendo l’aria fresca e profumata.

Una piccola meraviglia della tecnica che ho deciso domani andrò a visitare – magari ci rimarrò pure a dormirci sotto – con la stessa fervente speranza di un pellegrino che si incammina alla volta di Lourdes.
sup-postato da: Barbara23 alle ore 00:07 | Permalink | commenti (50)
categoria dello spirito:me myself and i, osservatorio
mercoledì, 18 luglio 2007

Anche se è logico e sacrosanto che ogni lavoro abbia la sua intrinseca dignità, c'è da dire che tutti - in un modo o nell'altro - sono davvero tremendi.

Sto sfogliando un libretto che mi sono comprata ieri -  Cento lavori orrendi  - e tra ammazza salmoni, allevatore di larve, accatastatori di libri religiosi ed esaminatrici di sperma c'è davvero poco di cui stare allegri.

Ma anche i più comuni postini, dirigenti, bancari e baristi non è che se la passino meglio.

...

Il fatto è che il concetto primigenio di ogni lavoro è uno e uno soltanto: pulire merda dove gli altri sporcano.

Penso al mio lavoro e, al di là di tutte le belle frasi fatte che - vezzosa con la gonna plissettata in piedi sul tavolo il giorno di Natale - potrei dire a tutti i miei parenti riuniti per mostrare loro quanto devono essere fieri di me, mi viene solo da sintetizzare in un:

GRAFICA PUBBLICITARIA
Faccio delle cose. Mi dicono che non vanno bene.
Faccio delle cagate obbrobriose. Mi dicono che vanno bene.
Sono confusa.
Faccio un power point, così, per obnubilarmi la mente.
Con animazioni. Molte animazioni, mi raccomando.

...

Via i fronzoli, i giri di parole, le illusioni.
E' questa l'essenza.
Disillusa, amareggiata, annoiata.
Ma con un cuore grande così.

Oh - ma andando a ritroso in età da sfruttamento minorile - c'è stato di peggio:

DIMOSTRATRICE DI PIANOLE BONTEMPI
12 anni, ma parevano 9.
Abitavo sopra un negozio di giocattoli.
Io e i miei amici ci bighellonavamo dentro tutto il pomeriggio.
Vandalismo psicologico nei confronti degli altri clienti.

La commessa (per ripicca?) mi fa:
 
- Sai suonare la pianola?

- Insomma.. qualcosa.

- Preparati tre canzoni e domani vieni qui a fare la dimostrazione al pubblico che ci è arrivata la nuova Bontempi.

Oh when the saint go marching in.
Twinkle twinkle, Little star.
Yesterday - solo il ritornello, in loop.

Il mio repertorio per le grandi occasioni.
Tutte con un solo dito.
La gente si fermava, guardava - credevo che stessi andando bene - mi sentivo un po' come Dolce Remì.

Alla fine della giornata, la commessa:

- Alcuni sono venuti da me, protestando. Dicevano che al piano di sotto una bambina stava tentando di suonare la pianola ininterrottamente. Forse era meglio che ti mettevo su una casacca come la nostra.

- Oh.

- Dai, tieni un Fiammiferino. Te lo sei meritato, comunque.

...

..

.

E immagino che si potrebbero scrivere righe su righe sulla vera essenza dei lavori che svolge la gente ogni giorno.

Ultimamente, credo proprio che Ugly Betto stia meditando sul suo:
 
UGLY BETTO
Presidiare l'agenzia tutto agosto. Da solo.
Accattivarsi definitivamente la simpatia di tutti i dipendenti, chiedendo i loro numeri di cellulare affinché possa reperirli in caso di urgenza durante le vacanze.

Che siano a Cuba, che siano in Malesia - potrebbero ricevere una Betto-chiamata da un momento all'altro.

Imparare dall'informatico biondo come fare a riavviare i server in caso di black-out.
Non capire nulla di quello che il biondo gli spiega perché in effetti ha solo grugnito qualcosa di inintellegibile, ma in ogni caso avere troppa paura di chiedergli di ripetere.

Il giorno di Ferragosto perire nella stanzetta dei server in seguito ad un'esplosione.
E indossare quel giorno la camicia fantasia tendona parasole - che al confronto quella marrone è chic.
sup-postato da: Barbara23 alle ore 00:37 | Permalink | commenti (41)
categoria dello spirito:il lavoro rende liberi, angolo della coltura
martedì, 17 luglio 2007

A volte rivolgo il pensiero a cose arcane e remote come il Regno dei Virus e dei Batteri.
Rabbrividisco nell’intimo a pensare che da qualche parte nel mondo – non si sa come, non si sa perché – stia vegetando un qualche microbo pronto a risvegliarsi da un momento all’altro e ad attaccare le nostre difese immunitarie.

Il colera.
La spagnola.
Il vaiolo.
La febbre tifoide.

Le grandi pandemie mondiali.
Scenari che danno il capogiro.

Una cellula che marcisce.
Una catena del dna che va a puttane.
Pustole in suppurazione.
Un rivolo di sangue su un fazzoletto.

A volte rivolgo il mio pensiero.

Io penso di averla vista, una volta, la faccia di un virus.
Quello che posso dire: è spigolosa.

Avevo sette anni, mi ero beccata l’influenzona bella, quella che ormai non capitano più, quella che poi hai bisogno del certificato del dottore per ritornare a scuola.

Ero a letto, febbricitante ma contenta.
Ero a letto e ad un certo punto non ci sono più.

Svanita, ai bordi di un qualcosa di grigio, roccioso.
E sull’orlo c’era una presenza, metallica, che faceva male a guardarla.
Visione tridimensionale, secca.
Inadeguata alle parole.

E mentre io ero là, irrealmente calma, l’altra me stessa urlava allucinata, era trattenuta a stento da mia madre, veniva portata legata in ospedale.

Alla televisione davano i Ghostbusters I, l’epica scena finale dell’omino di marshmallow – mi raccontò in seguito mio fratello.
Scazzato come può essere solo un bambino di tre anni, dovette spegnere la tv e venire con noi.

La diagnosi fu delirio causato dalla febbre alta.
Fulminante come era arrivato, sparì in mezzo al traffico, sull’ambulanza.
Io, come una cogliona:

- Cos’è successo, mamma?!

A volte rivolgo il mio pensiero.
 

Per fortuna, qualcuno ha trovato il modo di farci avere un tete-a-tete con simpatici virus e batteri senza il bisogno che entriamo necessariamente in stato di allucinazione.

E non sto parlando della mai troppo lodata serie Esplorando il corpo umano in cui il virus era secco e nasone e il batterio era grasso e coi capelli unti.
E i linfociti erano bidoni aspiratutto con le ruotene vorrei avere tre a casa di quei cosi, cavolo.

Signori, i pupazzi dei batteri e dei virus delle malattie più famose.
Collezionateli tutti.
I pupazzi, non le malattie, eh.

(io mi sono innamorata della blatta della peste nera. E voi?)

sup-postato da: Barbara23 alle ore 00:54 | Permalink | commenti (47)
categoria dello spirito:tu chiamale se vuoi ossessioni
domenica, 15 luglio 2007

L’usanza dei compiti delle vacanze è sempre stata odiosa.

Spendere soldi per stupidi libretti insipidi, zeppi di disegni approssimativi che dovrebbero rendere il tutto più digeribile e invece infondono solo un’atroce tristezza.
Libretti che poi alla fine nessuno correggerà mai – tra l’altro.

Più odioso ancora è quando tu devi aiutare a fare i compiti delle vacanze qualcun altro – nella fattispecie la mia pupilla.

Mi ha telefonato all’ora di cena la scorsa settimana – per poco non mi ingozzavo con il boccone di cibo.

- Ciao, ascolta..

Sì, ascolto..

- Ti ricordi che dovevi venire giù per fare con me i compiti delle vacanze di matematica?

Strillare nella cornetta una risata acutissima, sbatterla giù e sparire in una nuvola di coriandoli e stelle filanti – chessò – a Copacabana.
Mi sembrava la risposta più appropriata. E invece come una fessa:

- S-sì

- Quando iniziamo?

Il boccone in qualche modo era sceso e io capisco all’improvviso che devo prendere in mano la situazione e comincio, professionale:

- Allora: con ordine. Quanti esercizi hai?

- Ehm, dopo li conto.

- Quando vai in vacanza?

- Agosto.

- Agosto quando?

- Ehm.. non mi ricordo.

- Uhm. Quando inizia la scuola?

- Settembre.

- Settembre quando?

- Ehm..

- Non ti ricordi?

- Non mi ricordo.

- Bon, ce li leviamo dai coglioni tutti adesso a Luglio, allora.

Mi piace come ho detto quella frase bella convinta, nonostante stessi schiumando.
Non mi ricordo. Oddio.

Il giorno dopo sono iniziate le lezioni.
Ero piuttosto curiosa di scendere per via del piccolo debito che la madre della pupilla ha ancora con me dalla fine di maggio: 120 euro di lezioni non ancora pagate.

Il fatto è che quando scendo, la madre è sempre in bagno a lavarsi i capelli.
Apro la porta, dico “permesso” e sento una voce squillante che oltrepassa le ceramiche del cesso e urla:

- Ciao Barbara, ti pago la prossima volta, ora mi sto lavando i capelli!

A seguire: il fragore dello sciacquone.
Lavando i capelli. Uhm.

Gli esercizi sono filati via lisci, nonostante una mia piccola debacle: non ricordavo più se un numero elevato alla zero facesse sempre zero o sempre uno e anche adesso, nel momento in cui sto scrivendo, non me lo ricordo di nuovo – ma insomma, io posso anche far schifo in matematica, ma – così per informazione a tutti quelli che non credevano in me – lei è stata promossa con la sufficienza alla fine.
Tié.

La pupilla si è comprata un nuovo cellulare che per me è rosso e invece per lei è rosa o al massimo corallo e lo usa come calcolatrice con una lentezza estenuante per via delle unghie lunghissime che si è fatta crescere e mentre digitava per l’ennesima volta una moltiplicazione a quattro cifre, io la osservavo e notavo che l’adolescenza non sta agendo in modo molto clemente su di lei.

Pare un’otre e per un attimo ho pensato che la pubertà è un periodo per molti versi spaventoso, con questi ormoni vaganti, i brufoli, la moda e le logiche del gruppo, un certo vuoto dell’anima, la memoria a breve termine che se ne va a farsi fottere, tutti che ti urlano contro e ti dicono cosa devi fare e se ci si mettono pure i compiti delle vacanze, cavolo, è davvero la fine.

Ho avuto come un istinto materno verso di lei e volevo darle una pacca sulla spalla e dirle di stare tranquilla, che – non sapevo esattamente come – ma tutto sarebbe andato al suo posto, prima o poi.

Poi le è arrivato un messaggio sul cellulare annunciato dalla suoneria di Shakira & Beyoncé.
Lei si è scossa dal torpore e ha esclamato:

- Oh, per fortuna! Mi stavo addormentando!

Curioso come gli istinti possano cambiare da un momento all’altro.
Stronzetta, come se io qui mi stessi divertendo.

Comunque, l’operazione di lavaggio di capelli di sua madre – come sempre – è durata tutta l’ora e mezza di lezione.

Ho come l’impressione che alla fine di luglio mi dovranno fare un bonifico.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 19:04 | Permalink | commenti (52)
categoria dello spirito:repetita stufant
venerdì, 13 luglio 2007

Dicembre 2001. 
Passo accanto a un cinema in cui stanno dando il primo capitolo della saga di Harry Potter.

C’era un bambino davanti al manifesto.
E c’era un papà molto fiero.
Il bambino aveva uno scodellone di capelli sulla testa.

Il padre aveva un macchina fotografica.

Il bambino aveva un mantello nero.

Il padre aveva degli occhialini tondi in mano.
Che ficca su per il faccino del bambino.

Il bambino sembrava drogato con il cloroformio.
La macchina fotografica aveva un luce abbagliante.

- Ahahahah! Sei proprio il sosia di Harry Potter! Il concorso lo vinciamo noi!

<Flash!>



..

.

Dal punto di vista letterario, non so nulla su Harry Potter – non mi sono mai interessata e mi pare tardi per iniziare a farlo ora.
In ogni caso, non riesco a spiegarmi il perché del suo enorme successo. 

Eppure durante la mia adolescenza apprezzavo anch'io il filone fantasy/horror.

Mi nutrivo di SuperJunior Mondadori.
La pendola stregata, La stanza 13, La zona dell’acqua morta – robe così,
giusto perché son poco impressionabile.

Il mio libro preferito parlava di uno di uno stregone che attaccava un francobollo sul braccio di un bambino e questo bambino si rinsecchiva giorno dopo giorno e poi moriva.

Ho passato intere settimane a grattarmi il polso manco avessi la rogna.
Però libro bellissimo, eh.

Avrebbero potuto fare saghe su saghe su questo stregone cattivo che uccide la gente appiccicandoci sopra francobolli – pensate cosa sarebbe successo se avesse usato di tanto in tanto quelli della posta celere, per esempio.

E, invece no, hanno preferito puntare tutto sulla storiella anonima di Harry Potter.
Una storiella che ora sta portando un giovane virgulto al limite.

...

Daniel Radcliffe.
Anni e anni tenuto sotto osservazione con iniezioni di inibitori ormonali e proiezioni di filmati di Irene Pivetti per tentare di ritardare il più possibile la sua crescita sessuale.

Ma la natura - come sempre - è stata più forte e ha prevalso.
Deviando, per strade stravaganti.

Recitare nudo in teatro con la voglia di sodomizzare un cavallo.
Dichiarare l'accoppiata Garibaldi & Gattuso come idoli del cuore.
Insomma, testosterone a fiumi.

Osservi Daniel in volto e ti aspetti che esclami da un momento all’altro con la voce cavernosa di Baby Hermann in Roger Rabbit:

- Ho le voglie di un cinquantenne, ma per contratto il pisello di uno di tre anni.

E in effetti ora dichiara, spavaldo e sicuro di sé - e io sono sicura senza manco essere stato interpellato:

A letto non chiamatemi Potter.
Nessuna l'ha mai detto durante un momento di passione.
Sarebbe la fine di tutto, le direi di sparire immediatamente.

Sparire. Immediatamente.
Così, perentorio.

Quindi: Harry Potter e mo' tirami fuori la bacchetta, no.
Non si può dire.
Ti caccerebbe subito via, il simpatico mago dell'eros.

- Ma, amore,  stai per ven..

- NO, VIA!

Deve proprio avere figa a mazzi, questo ragazzo.
O forse è stato solo tenuto al guinzaglio per troppo tempo.
E ora è un vulcano che si sente pieno di sex appeal, pronto all'eruzione.

...

..

.

<Flash!>

2015.
Quel bambino del cinema, ormai ragazzo – tra le mani, la foto di lui vestito da Harry Potter a sei anni.
Dietro: la locandina di  Harry Potter.
Tutto torna.

Sulla mensola, una coppa: il secondo premio per il concorso "Sosia di Harry Potter 2001".
Il primo posto l'ha vinto Mario Giordano di Studio Aperto.
Tra l'altro: per quattro edizioni di fila.

Il sosia si guarda allo specchio: è sempre rimasto lo stesso.
Un coglione con i capelli a scodella lavati con l'aceto e gli occhialini tondi.

Ogni volta che accenna di andare dal barbiere a provare un nuovo taglio, il padre lo blocca stordendolo con il flash della macchina fotografica.

Il sosia abbandona lo specchio, alza le spalle, sospira.
Se una ragazza - casomai tutto ciò potesse remotamente accadere - si trovasse nell'intimità con lui e lo chiamasse Potter, no, non pensa proprio che la manderebbe via.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 00:03 | Permalink | commenti (48)
categoria dello spirito:voglio la sua testa, miti e feticci
giovedì, 12 luglio 2007

La disgrazia più grande che ti possa capitare quando sei causa di piccoli incidenti è che le tue vittime siano degli insopportabili stracciapalle.

...

Ne parlo ora, quando sono abbastanza sicura che lei non sia – tipo – morta.

Autobulanze, sirene, collare, barella – tutto come da copione.
Le dinamiche precise dell’incidente – ovviamente accidentali – non ho voglia di spiegarle.

Anche perché non è questo il punto.
Il punto è che mi sono sentita uno schifo.

E infatti sono andata subito a soccorerla per terra dov’era franata, a soccorrerla, a sussurarle di stare tranquilla, a mettere la mano sotto la sua testa e assicurarle con sollievo che non c’era nemmeno una goccia di sangue.

Sono stata con lei tutto l’interminabile tempo prima che l’autoambulanza arrivasse, vedendomi treni partire in faccia, continuando a balbettare, scusarmi, asciugare lacrime, cercando di contenere i suoi orrendi strilli da porco sgozzato.

E poi sono arrivati i soccorsi.
L’hanno caricata in barella, io l’ho fissata con tenerezza negli occhi,
mentre la polizia stava arrivando per verbale e multa.

Quindi l’ho salutata per l’ultima volta, mettendole in mano un bigliettino con le mie generalità – così, molto spontaneamente – nel caso avessi potuto aiutarla in qualche modo.

E per tutta risposta, mentre le porte dell’ambulanza si chiudevano, ho ricevuto uno sguardo energico e livido - che andava oltre l’odio e ogni altro sentimento umano di disprezzo.

E quel fogliettino, sventolato nell’aria – con un piglio anomalo da parte di una che un attimo prima mi aveva convinto che stava per morire.

- Ora so dove abiti!

Ora, non è chiedessi riconoscenza verso una a cui avevo appena fratturato dio-solo-sa-cosa.
La pretendevo proprio.

E’ quello che mi sono accorta di pensare, mentre la tracagnotta gracchiava dalla barella e già progettava di mandarmi uno squadrone punitivo sotto casa.

Macché fermarmi.
Avrei dovuto risalire in macchina, innestare la retromarcia, passarti sopra due e tre volte, spiaccicarti per benino e poi andare a festeggiare, stronza.

Peccato che le idee migliori vengano sempre dopo.

Un'altra cosa scocciante che può capitare è tamponare un tizio che non aspetta altro di essere tamponato.

Di solito o perché ha voglia di attaccare bottone con qualcuno o perché vuole rifilarti il numero di telefono di un carrozziere suo amico.

Nel mio caso, entrambe le cose.
L’uomo avevo un intero carnet di biglietti da visita e una parlantina da competizione.

- Peschi, peschi pure! I miei amici sono uno più conveniente dell’altro.

E mentre ero lì che tentavo di contenere le bordate di parole di quest’uomo che aveva deciso di raccontarmi la storia della sua vita, l’occhio mi cade sulla constatazione amichevole che sta compilando e in particolare su una scritta destabilizzante:
 
SUZUKO.

- Ehm.. veramente l’auto si chiama Suzuki.

- Suzuko, Suzuko! E io che ho scritto?

- No, nel senso.. con la I, vede?

- Sì, sì. Me l’ha venduta un mio amico. Si chiama Suzuko.

- L'amico?

- No, la macchina.

- Suzuki.

- Suzuko.

- ..ki.

- ..ko.

E alla fine l’ha spuntata lui.
Suzuko.
No, anzi: SUZUKO.



..

.

Odio gli incidenti.
Ma soprattutto le constatazioni amichevoli imprecise.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 00:07 | Permalink | commenti (40)
categoria dello spirito:me myself and i, osservatorio
mercoledì, 11 luglio 2007

Una volta nelle chiavi di ricerca del mio blog c’era uno che cercava “chiappe di Dolce&Gabbana immagine”.

Mi piace pensare che qualche cavallo goloso sia approdato fino da me.
E soprattutto mi piace pensare che alal fine non le abbia trovate e sia rimasto con la voglia a sgocciolare sul suo pc.

Dolce&Gabbana comunque sono degli esseri meravigliosi.

- Domenico, facciamolo!

-  Ste, dai! E’ troppo.. non ti pare troppo scontato? Insomma, è il solito stallone in mutande.

- Domenico, è un bel pacco in primo piano. E guarda che popò di consistenza che c'è là sotto. Per vendere non c’è modo migliore.

Lo spot del loro nuovo profumo Do