mercoledì, 23 luglio 2008

Imparare a ballare la quadriglia.

Chiedere in giro come fare a diventare membro delle Fantanas.

Trovare sul treno qualcuno - basterebbe uno solo - che NON stia leggendo un libro di Fabio Volo.

Vendicarmi della madre con passeggino che ieri mi ha tagliato la strada con violenza (e se quel passeggino avesse potuto parlare mi avrebbe detto "fottiti").

Cercare di capire su quale bisogno primario dell'essere umano si poggi l'esistenza della carta igienica colorata.

Contenere l'ira su chi scrive "bhe" al posto di "beh".

...

Ah, e inoltre.
Se qualcuno mi dice che oggi mi trova più carina è perché mi sono lavata i capelli.
sup-postato da: Barbara23 alle ore 16:55 | Permalink | commenti (18)
categoria dello spirito:me myself and i, merceologia daccatto
venerdì, 18 luglio 2008


Quando sono incazzata, amo mangiare kiwi.
Solo in un modo, però.

Con il cucchiaino, dopo averli sezionati in due a mo' di scodella.

Immagino che siano calotte craniche aperte sulle quali infierisco scavandoci dentro con precisione chirurgica.

Mi sembrano subito molto più buoni e tutto il mondo mi sorride.

...

..

.
sup-postato da: Barbara23 alle ore 17:32 | Permalink | commenti (20)
categoria dello spirito:me myself and i, tu chiamale se vuoi ossessioni
mercoledì, 02 luglio 2008
Stavo leggendo un libro seduta su un muretto, mentre aspettavo l'autobus.

Pantaloni bracaloni, maglietta color gelato.

Mi sentivo vulnerabile.


Un vecchio mi si para davanti, con la scintilla negli occhi di chi ha tra le mani un bersaglio troppo ghiotto per lasciarselo scappare.

- Ehi, guarda che la scuola è finita, ancora lì a studiare?

- No, sto solo leggendo.

- Tutto bene a scuola, sei stata promossa?

- Sì, tutto bene, grazie.

- Ma non hai finito l'ultimo anno, vero?

- No no, sono stata promossa in quarta.

- Quarta classico o scientifico?

- Scientifico.

- Era difficile il problema della maturità, eh?

- No, ma la maturità si fa in quint...

- Cosa? Che hai detto?

- ...

- ...

- Sì, difficile. Il problema. Difficilissimo.

- Sì, ma non troppo, secondo me.

- Non troppo, già. Il giusto.

- Ma vai al liceo qui della città?

- Questo qui, sì.

- Oh, e come professore di matematica chi hai? Frigerio?

- Frigerio, certo.

- Ehhhhhhhhhh.

- Eggià.

- Frigerio. L'è dura eh?

- Durissima.

- Ehhhhhhhh. Vado, buono studio allora.

- 'derci.

...

Ho quasi 26 anni.
Ho finito di bazzicare le superiori 8 anni fa.
Non ho frequentato il liceo scientifico per paura della matematica.
Non conosco nessun Frigerio.

...

..

.


E' che mi andava di sostenere una conversazione surreale
fino in fondo, tutto qui.
sup-postato da: Barbara23 alle ore 17:00 | Permalink | commenti (28)
categoria dello spirito:me myself and i, osservatorio
martedì, 01 luglio 2008


Oh, momento tragico della vita mia.
Oh, strazio, pena, angoscia profonda.

Devo rinnovare la carta d'identità.
Devo farmi una nuova fototessera.

In altre parole, devo scegliere la faccia che mi accompagnerà per altri cinque anni della mia esistenza.

Il viso che mostrerò alle autorità competenti, l'effigie che aiuterà a risalire al mio corpo carbonizzato tra i resti di un eventuale incidente automobilistico.

Scombussolata a tal modo dall'importanza della faccenda, punto sulla soluzione meno consigliabile: fototessera low cost nel baracchino della metropolitana.

In pratica: il metodo più veloce e sicuro per ottenere una truce foto segnaletica senza dover ricorrere al commissariato di polizia.

Accosto la tendina striminzita mangiucchiata dai topi, mi posiziono sotto la luce obitoriale e offro all'obiettivo il mio primo piano migliore.

Che si rivela il peggiore.

Per una, due, tre volte.
Poi  la macchinetta si ammorba e si rifiuta di andare oltre.

Mi rifiuto di credere che quello che sputa fuori sia proprio io.
E' la mia controfigura ammaccata per le scene più pericolose, ma non posso essere io.

Il problema principale è che la luce del baracchino è posizionata in modo tale che il naso mi proietta una strana ombra sopra le labbra.

In pratica sono Hitler con una naso immenso.

Inserisco altre tre euro e rifaccio da capo.
Il risultato è sempre Hitler con un naso immenso.

Mi convinco di essere effettivamente Hitler con il naso immenso - un toccasana per la mia autostima.

...

Domani quelli dell'ufficio anagrafe del comune avranno qualcosa su cui ridere.

...

(nella foto: individui venuti sicuramente meglio di me in fototessera)
sup-postato da: Barbara23 alle ore 17:49 | Permalink | commenti (32)
categoria dello spirito:me myself and i, tu chiamale se vuoi ossessioni
mercoledì, 18 giugno 2008


Arriva qualche giorno di caldo
e - toh - la gente impazzisce.
Si sente autorizzata a svestirsi, svaccarsi, infilarsi infradito, braghe corte, canotte slabbrate.

Passo col treno davanti a un’anonima stazione di provincia e sembra di essere a Jesolo Pineta.

L’estate non ha stile, questo è.
Io amo il rigore invernale, la sobrietà dell’autunno, l’eleganza pastello della primavera.

Ma l’estate è cafona. Trovatemi un solo modo di vivere l’estate che non sia cafone.

A parte abbigliarci tutti come modelli di Moda Mare Capri, il che è perfettamente utopistico, visto che la maggiorparte del guardaroba estivo lo recuperiamo dalle bancarelle dei cinesi e da Tezenis.

Arriva qualche giorno di caldo e - toh - ti ritrovi circondato da nugoli di moscerini senza aver fatto nulla, le suole delle scarpe ti si impastoiano con l’asfalto, boccheggi e produci strani odori, i marciapiedi si riempiono di madri-padri passeggino-muniti e oltretutto…

...

..

.

Pensavo a tutto questo, qualche settimana fa, in vista del solito post di rito sul caldo estivo.

Forse qualcuno di lassù si è risentito e ora subiamo tutti la giusta, scrosciante punizione.

Per dire, io in questi giorni:

A. Indosso due paia di calze.
B. Ho la canottiera. Dentro le mutande.
C. Possiedo una collezione di muffe nelle polacchine di casa.

...

Ok, si può vivere in modo piuttosto cafone pure la Stagione delle Piogge.

...

(tra l'altro oggi c'è il sole: oh, sono seeempre sul pezzo)

sup-postato da: Barbara23 alle ore 09:53 | Permalink | commenti (19)
categoria dello spirito:me myself and i, osservatorio
martedì, 03 giugno 2008
Ognuno ha il suo punto di scomparsa.
Un luogo d'elezione in cui far perdere le proprie tracce per sempre.

< Puf >

In caso di creditori assillanti, esili forzati, stalker molesti, catene via email infinite, scadenze di lavoro incombenti.

O magari giusto per il gusto di sparire.

Così inaccessibile e ben nascosto che manco Federica Sciarelli e la troupe di Chi la visto riuscirebbero a trovarti.

Potrebbe essere una spiaggia tropicale oppure una fortezza inespugnabile di cuscini costruita sul letto o magari un barattolino di Pringles.

Il momento di accesso al proprio punto di scomparsa io me lo immagino pressapoco come un mix tra fumo da mortaretti & risata isterica che va piano piano in fade-off ed Edith Piaf che canta "Je ne regrette rien" mentre vortici di petali di rosa puzzolenti ti oscurano la visuale.

< Puf >

Esistono anche i punti scomparsa forzati.
Per esempio: ci sono due/tre persone il cui punto di scomparsa mi auguro sia prossimamente un tombino aperto in mezzo alla strada.

...

Per quanto mi riguarda, il mio punto di scomparsa l'ho trovato nei giorni scorsi.
Lassù, proprio sul picco più alto.

< Puf >
< Puf >
< Puf >



Cazzo, non funziona.
Sono ancora qui.
sup-postato da: Barbara23 alle ore 14:01 | Permalink | commenti (16)
categoria dello spirito:me myself and i
mercoledì, 28 maggio 2008


C'era una spiaggia, c'era dell'acqua.
Nel sogno - intendo.

E le onde del mare andavano e venivano e facevano flush flush fluuuuush.

E poi ci si sedeva sulla sabbia.
Che sotto il sedere diventava calda, sempre più calda.

Flush flush flush.
Caldo caldo caldo.

C'era una sensazione di bagnato nei pantaloni del pigiama.
E una figura nell'oscurità che,
manco avesse il pepe al culo, corre al cesso a finire quello che ha iniziato.

Nella realtà - intendo.

...

..

.

Se fare la pipì a letto dopo i 5 anni tecnicamente viene chiamato "enuresi", rischiare improvvisamente di inondare il letto una notte, quando di anni se ne hanno 25, come si definisce?

(lo chiedo per una mia amica, non per me, eh.. ehm)
sup-postato da: Barbara23 alle ore 15:09 | Permalink | commenti (20)
categoria dello spirito:me myself and i
martedì, 29 aprile 2008

Divertente l'ultimo ponte, passato a Roma.
Gli ultimi giorni pre-Alemanno.

Bella Roma, la conoscerete tutti meglio di me, che vi sto a raccontare.
Abbagliata dai secoli, la serenità, il colore e la qualità del cielo, i pini e il guanciale nella matriciana.

A Trastevere - sole a picco e vie deserte - ho visto un'auto parcheggiata con l'inquietante scritta "L'Apocalisse delle scimmie".

E l'ho preso come un Segno.

...

Portata in tour dalla mia Amica Depressa per luoghi di tristi memorie: Via Rasella, Via Caetani, la sede dell'Udeur.

Del resto ho detto Amica Depressa, non Paris Hilton.

L'Apocalisse delle scimmie.

Scovata la Cloaca Maxima, uno dei miei miti al ginnasio.
Constatato che in effetti è una fogna.

L'Apocalisse delle scimmie.

Fatta foto davanti al manifesto elettorale di Zingaretti pensando che fosse quello del commissario Montalbano.

L'Apocalisse delle scimmie.

Sfasciato il sedile di paglia di una seggiola mentre aspettavo il mio turno nel bagno di un bar e scappata via senza manco aver fatto pipì.

L'Apocalisse delle scimmie.

Avvistati tre reduci della manifestazione del 25 con le bandierone rosse abbassate melanconicamente che se ne andavano contromano, lungo i Fori Imperiali.

L'Apocalisse delle scimmie.

Salita al Campidoglio.
La Cordonata, i Dioscuri, il Marco Aurelio a cavallo.

L'Apocalisse delle scimmie.

E come una becera sciura di paese, spulciato tra le pubblicazioni di matrimonio.

L'Apocalisse delle scimmie.
Ora ho capito tutto.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 22:51 | Permalink | commenti (18)
categoria dello spirito:me myself and i, pollitica
sabato, 13 ottobre 2007

Ogni volta mi prometto che sarà l'ultima, che ce la metterò tutta, che capirò.

Ogni volta.

Ogni fottutissima volta.

...


Ma quando i phon vanno alla massima potenza,

quando Radio Zeta pompa senza pietà i classici del sabato mattina,

quando l'occhio mi lacrima ancora per la tortura cinese della pinzetta per le sopracciglia,

quando ci sono signore attorno a me che commentano urlando una fantomatica esterna dell'ultima puntata di Uomini&Donne,

quando sono mezza rincoglionita perchè svegliata di sabato mattina alle 7 per non trovare fila da questa maledettissima parrucchiera,

quando sono in uno stato di angoscia ed apprensione perchè temo che la mia richiesta di "qualche colpo di sole e una spuntatina" venga per qualche perverso motivo interpretata come "rovinami i capelli peggio di Irene Pivetti",

quando accade tutto ciò, a domanda:

- Allora, li facciamo chiari?

io capisco invece:

- Allora, come ti chiami?

e ovviamente rispondo:

- Barbara, piacere.

...

..

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sup-postato da: Barbara23 alle ore 19:29 | Permalink | commenti (29)
categoria dello spirito:me myself and i, osservatorio
lunedì, 01 ottobre 2007

E dopo il raffreddore, e dopo il mal d’orecchi, ci mancava solo la tosse secca.
Con un terribile abbassamento di voce.

Può un'abbuffata di sushi, attraverso qualche processo a me sconosciuto, aver provocato tutto ciò?

No, perché non riesco a trovare altre spiegazioni plausibili: non sono andata allo stadio, non mi sono messa ad arringare la folla come Beppe Grillo, né arrotondo nel week-end facendo la telefonista erotica ad oltranza.

...

Ovviamente ci si accorge dell'importanza delle cose quando esse vengono a mancare.
E in questi casi, anche semplici operazioni come una ricarica automatica del telefonino in edicola, diventano delle simpatiche occasioni di dileggio.

- Una ricarica da 30, grazie.

- Sì, dimmi pure il tuo numero.

- Tre, quattro, ooooottooooo..

Immaginate un vecchio asmatico, immaginate un tabagista incallito che esala il suo ultimo respiro, immaginate Romina Power che canta sotto la doccia.

E poi immaginate che mi sono fatta dare carta e penna per fare prima.

...

Il mio nuovo soprannome al lavoro è ovviamente Amanda Lear.
Tutti mi rivolgono la parola il meno possibile - immagino perché terrorizzati che il mio gracidìo cingoloso di risposta possa fare loro sanguinare le orecchie.

Ogni volta che apro la bocca non so mai quello che riuscirò ad emettere: potrebbe essere un fischio, potrebbe essere uno scatarro, potrebbe essere un ultrasuono.

O peggio ancora, potrebbe essere Valeria Golino.

...

Siccome il classico latte caldo con miele mi tedia  profondamente, per la tosse prendo una fantastica medicina chiamata Bisolvon al gusto di pietra pomice.

L'aspetto che mi esalta di più è che sul bugiardino sta scritto:

è indicato nel trattamento delle turbe della secrezione nelle affezioni respiratorie acute e croniche

Turbe della secrezione.
E a volte il feticismo per i termini schifosi è più forte di qualsiasi malanno.

Una mia amica per tirarmi su mi ha detto che anche a lei una volta è successo e la voce le è tornata dopo soli due mesi. 

E immaginate che dicono i miei nemici.

Sto pensando seriamente di andarmi a rispolverare l'alfabeto muto direttamente dal mio Manuale delle Giovani Marmotte.

Che poi, per la "zeta" bisogna incrociare le labbra, ma per la "j" che non ho mai capito?

...

..

.

Comunque ora finalmente so come si sentiva Ariel, la sirenetta che aveva venduto la sua voce ad Ursula – in una delle scene più epiche e suggestive di tutta la filmografia disneyana.

Che poi, pensandoci, se nel sushi che ho mangiato ci fosse stata accidentalmente dentro una sirena comprata al mercato di Copenhagen e tagliata a tranci, allora forse il cerchio quadrerebbe e il mistero della mia voce scomparsa sarebbe risolto.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 23:35 | Permalink | commenti (43)
categoria dello spirito:me myself and i, provato per voi
martedì, 25 settembre 2007

L'ultima volta che vi siete fatti male - forza, sparate.

L'ultima volta che vi siete fatti male, non vi siete fatti male come me lo sono fatta io oggi.

Io sono consapevole che per passare in metropolitana esistono i tornelli girevoli.

Io sono consapevole che per azionarli bisogna passarci sopra la tessera magnetica dell'abbonamento.

Io sono consapevole che non possiedo ancora la capacità di passare attraverso le cose.

...

Io sono consapevole sempre, io non sono più consapevole.
Per un attimo.

Fatale.

<Sdong>

Preso in pieno il tornello.

...

..

.

Qual è  di preciso la successione dei colori di un livido?
Voglio vedere se il mio avambraccio sinistro è nella norma.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 00:26 | Permalink | commenti (49)
categoria dello spirito:me myself and i
mercoledì, 12 settembre 2007

Il professore stronzo.
Quello che odiavi con tutte le tue forze, quello ti seviziava mentalmente, quello che gettava la tua fragile vita da adolescente nella più cupa angoscia.
Che sensazione vi lascerebbe incontrarlo ora?



Il mio insegnava Storia e Filosofia.
A prima vista pareva un tranquillo quarantenne con un pessimo gusto per le camicie come ne esistono a milioni, se non fosse stato per un
perenne ghigno diabolico che tradiva la sua indole sadica.
Il primo giorno di liceo scelse di presentarsi francamente a viso aperto per quello che era:

- Ragazzi, lo dico senza problemi, sono fascista, scusate se
salteremo alcune parti in storia a favore di altre.

E pensare a che all’inizio credevamo fosse solo uno scherzo.



Alla fine, il prof si dimostrò didatticamente valido e le sue posizioni molto forti e polemiche ebbero il merito di sviluppare la coscienza critica della classe
attraverso battaglieri dibattiti.

Detto ciò, tutto il resto era Patria, Terrore e Ossessione.

Lui ci faceva sempre recitare alla fine interrogazione l’inno italiano - mica le prime strofe come un calciatore qualsiasi – bensì le ultime orrorifiche in cui si parla di aquila d'Austria che il sangue polacco bevè col cosacco e poi ho rimosso. 
E scandiva rapito le parole insieme a noi.

Lui covava segretamente in cuore la speranza che un giorno l’Istria, la Dalmazia, la Libia, la Somalia, l’Etiopia e magari qualche nuova roba tipo il Madagascar sarebbero tornate italiane - ce lo ricordava spesso e mentre lo faceva gli brillavano gli occhi.

Lui, durante le assemblee di istituto - quando i capoccia dell’ultimo anno organizzavano cineforum su Woody Allen e concerti di death metal - si rinchiudeva in biblioteca dicendo che andava a
preservare quel luogo di cultura dall’intrusione del Diavolo.

Lui e la bibliotecaria malata di nervi contro le bordate del Maligno.
E ci credevano veramente.

Lui ci chiamava per numero di registro e voleva stamparcelo sopra il polso con un timbrino. Ovviamente negava l’Olocausto – ma che ve lo dico a fare.

Lui una volta ci portò in classe la figlia di tre anni.

- Fai ascoltare ai miei studenti cosa hai imparato a memoria, da brava.

La bella lavanderina, Ma che bel castello, Calimero Dance – questo pensavo di sentire.
E invece:

- Né più mai toccherò le sacre sponde / ove il mio corpo fanciulletto giacque..

A Zacinto – di quel cuor contento di Ugo Foscolo.
Tre anni. Mi chiedo come stia adesso quella creatura.

...

Come se non bastasse, nutriva una fissazione nei miei confronti perché ero uguale a sua moglie e non lo dico così tanto per dire.

Una volta li vidi insieme e mi tastai il volto per capire se io ero davvero io o solo un ologramma e quindi la mia vera me stessa era sua moglie.
Sì, i miei livelli di paranoia del periodo erano saliti di parecchio.

Sicché mi aveva preso per sua segretaria e sfacchinatrice, mi faceva sempre far pulire roba, andare a trattare con i bidelli, leggere, far fotocopie e io ero soggiogata dal timore del manganello e dell’olio di ricino, però un giorno mi scappò da ribellarmi.

Mi ordinò, come sempre, di andargli a prendere in sala insegnanti un libro che sarebbe potuto benissimo essere il Mein Kampf per quel che mi ricordo, e a me scattò un piccolo raptus:

- Va bene, vado. <Slam!>

Porta sbattuta pesantemente.
Quando rientrai in classe i compagni guardavano per terra, imbarazzati.
Su di lui splendeva un ghigno diabolico.

- Prima ci deve essere stata una bella corrente d’aria per far sbattere la porta così. A proposito, Numero 18, si fermi alla lavagna, 
è interrogata.

Ma vaffa.



..

.

Il mese scorso l’ho rivisto in piazza.
Erano trascorsi più o meno 6 anni.
Il rancore nel frattempo si era annacquato in ricordo stralunato e divertito.

E siccome per la proprietà transitiva era come se fossimo sposati, mi pareva brutto non salutarlo.
Si ricordava di me, della classe, di tutto, ma mentre parlava, con un certo dispiacere, non percepivo più la cazzutissima cattiveria di un tempo.

- Com'è il liceo adesso, professore?

- Mah.. una fogna, è diventato un fogna.

E l’ha detto così scoraggiato, così disilluso, che mi è venuta fuori una cosa a metà strada tra il velato insulto e una doverosa ammissione:

- Beh, in quella fogna lei è senza dubbio il migliore.

Ghigno.

Sì, è vero, potevo cantargli Faccetta nera bell’Abissina avvolta da un tricolore per farlo davvero contento, ma mi sono limitata a sorridere e andarmene.



Storie da Libro Cuore, praticamente.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 23:44 | Permalink | commenti (46)
categoria dello spirito:me myself and i, voglio la sua testa
domenica, 09 settembre 2007
Mi piace andare per negozi, prendere su una dozzina di vestiti che sono sicura non indosserei per andare in giro, intasare il camerino che non ha mai abbastanza appendini, stare un'ora davanti allo specchio, uscire e non comprare nulla.

La trovo un'abitudine del tutto rispettabile.

E io potrei prosperare indisturbata in questo mio innocuo hobby se non fosse per
quelle là.

Le commesse.

Provarsi un abito con una commessa zelante dall'altra parte del camerino che spasima per consigliarti è come fare pipì con qualcun'altro in bagno che ti fissa.
Non ci riesci.

Ultimamente poi stanno diventando piuttosto aggressive
Ho notato che la classica frase di circostanza "No, stavo solo guardando, grazie" detta a una commessa vale ormai come il due di picche.

Niente da fare.
Per sbarazzarsi di loro o le devi mandare in spedizione in magazzino alla ricerca di salcazzo cosa pregando che sia nascosto molto bene oppure seminarle per l'uscita secondaria.

...

Comunque ieri ho consumato una piccola vendetta contro la smania di controllo delle commesse.
Avevo il naso pieno.
E i fazzoletti di carta in borsa erano finiti.

Capirete che con tutta quella stoffa là attorno l'idea è stata abbastanza ovvia.
Penso si chiami istinto di sopravvivenza.

Ho scelto una maglietta piuttosto brutta - perché sono un'esteta e ci soffro se la bellezza viene deturpata - e sono entrata in camerino.

La soffiata di naso più tattica della storia.
Nell'angolino in basso, all'interno - roba che ti accorgi del muco solo se la indossi.

E poi ho riconsegnato lo straccetto alla commessa che mi aspettava fuori al varco.

- No, il colore non mi dona molto, grazie.

E prima che mi obbligasse a provarmi qualcosa tipo color smeraldo smaltato o amaranto bruciacchiato ero già scappata.
Col naso libero.

...

..

.

Ora, ragioniamo tutti insieme: se nei camerini di H&M ci sono le vidocamere di sorveglianza, sono fottuta.
sup-postato da: Barbara23 alle ore 19:34 | Permalink | commenti (51)
categoria dello spirito:me myself and i, voglio la sua testa
venerdì, 07 settembre 2007

Che vita sarebbe senza soprannomi.
Insomma tutti ne abbiamo qualcuno, tutti ne diamo qualcuno.

I soprannomi sono ispirazioni divine che scendono dal cielo, uno ti vede in faccia o magari ti sente parlare e pensa - zac - "sei fritto, ciccio, d'ora in poi io ti chiamerò così."

E la tua complessa identità di individuo umano viene improvvisamente annullata a sfavore di
un limitante e beffardo nominativo.

Io sono specializzata in soprannomi antipatici e offensivi.
E non dite che non ve ne eravate accorti.

...


Il mese scorso in compagnia di un po' di amici ho beccato un'altra amica con un nuovo tizio con cui esce.
Requisito essenziale dei Nuovi Tizi Con Cui Esce è che abbiano pure loro Vodafone.
Dice che le dà un senso istintivo di familiarità.

Il tizio in questione, comunque,  ha mugghiato il suo nome stringendo mani su mani, per poi continuare a fissare i suoi infradito e a lanciare alla sua bella sguardi torvi e minacciosi che pressapoco volevano tutti esprimere un sofferto e complesso concetto del tipo:

- Allora, cazzo, muovere il culo e andarsene, no?!

Ragazzo tanto caro e simpatico.

Eh, il momento cruciale della presentazione agli amici dei Nuovi Tizi Con Cui Si Esce.
Secondo me è un banco di prova fondamentale.
Perché è facile essere carini e gentili con qualcuno che sai che poi te la dà.
Ma dimostrarsi cordiali e alla mano anche con tutto il resto del mondo, ecco che qui il gioco si fa duro.

Diciamo che lui non ha superato l'esame.
E quindi è scattato, di prepotenza, il soprannome stronzo:

In coro, mentre lui trascinava l'amica via tutta di fretta con le infradito che sgommavano sull'asfalto - ci è uscito, così, spontaneo:

- Testa Di Martello! Oddio, Testa Di martello!

Come il
criminale nemico dell'Uomo Ragno.
La stessa fronte spaziosa come una tavoletta per il bucato.
Uguale. E spiaccicata.

I soprannomi sono ispirazioni divine che scendono dal cielo.

...


Ora, dopo alcune settimane dalla sua genesi,  Testa Di Martello spadroneggia.
Il solo pronunciarne il nome instilla in tutti una grande ilarità.
Immaginate poi a ricordarne la fronte.

Nelle chiacchierate, nelle telefonate, sulle email, se si deve parlare di lui, quello è il suo nome.
Come tanti piccoli cospiratori, riduciamo in segreto la sua complessa identità di individuo in un nomitavivo beffardo e limitante.
E godiamo.

...

..

.

Il problema è che prima stavo scrivendo un sms alla mia amica - l'unica all'oscuro del soprannome, ovviamente:

"Ciao! Come va? Tutto bene con Testa Di  Martello?"

E l'ho spedito prima di aver capito l'errore madornale che stavo commettendo.

Non ho ancora ricevuto risposta.
Io comunque - se volete - chiamatemi Testa di Cazzo, eh.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 00:41 | Permalink | commenti (63)
categoria dello spirito:me myself and i, amore e altre sciagure cosmiche
domenica, 26 agosto 2007

Sono finite le mie vacanze, così spero di voi.

Solamente il pensiero di un’umanità che domani si incamminerà tutta verso i lavori o gli studi forzati, solo la sicurezza che allo scoccare delle sei e mezza tutto il mondo si sveglierà rincoglionito di tristezza, soltanto questo potrebbe alleviare il mio tormento per le ferie concluse.

Non tanto lo sconforto per quello che lascio dietro – il gioco è bello finché dura poco - quanto piuttosto l’ansia per ciò che mi aspetta.

Avevo promesso che avrei studiato due o tre cosette durante le vacanze - che avrei perfezionato alcune skills and abilities non sapendo assolutamente ciò che stavo dicendo - per farmi trovare operativa al meglio domani, al lavoro.

Non ho fatto.
Uno stracazzo.
Di nulla.

Ora avrei ancora qualche oretta per rimediare.
Ma non credo proprio che lo farò.

Ho cose più importanti di cui occuparmi, come lavarmi i capelli con il nuovo Sunsilk con 3D Complex.
Se domani devo ricominciare a soffrire, almeno lo voglio fare con capelli voluminosissimi.

Sono finite le mie vacanze, così spero di voi.

Sono state vacanze piene, giorni variegati al mare, in montagna per città e paesini, da sola, con amici, con nuove interessanti conoscenze.

E ci sarebbero molti momenti e situazioni da narrare, ma anche no.
Però c’è un episodio che mi ritorna in mente, il momento topico – oserei eleggerlo.

Travasare pesto di lardo in vasetti alle tre di notte.
Un lardo speciale, ottenuto grazie ad una serie di blandizie ed astuzie in un ristorante sul monte Učka presso Fiume, Croazia, da un ristoratore piuttosto riluttante ad affidarlo in mani italiane.

Un lardo che ho voluto fortemente portare in patria per esaminare, capire da quali deliziosi ingredienti è costituito e magari farci sopra un piccolo buisiness, riprodurlo in serie, usarlo come condimento, lucidalabbra, dentifricio - cose così insomma.

Un lardo che avevo pianificato di travasare da un vassoione di plasticaccia in comodi vasetti di sugo per praticità e per nasconderlo meglio alla dogana.

Un lardo dotato di un’intelligenza propria che, alle tre di notte, mi ha chiamato dal frigorifero in cui era riposto e fatto alzare dalla branda su cui ero coricata, sussurrandomi:

- Travasami, Barbara, travasami..

- Ma come, buon lardo? Ora?

- Ora.

E così, chiusa in cucina, attenta a non fare rumore e svegliare gli amici che non si sarebbero bevuti la storia del lardo parlante, ci ho dato dentro di cucchiaio.

E ora come ora non so dire se ero effettivamente sveglia o sonnanbula o stavo semplicemente sognando, fattostà che alla fine avevo riempito cinque vasetti, la cucina era da purificare totalmente con le fiamme e nessun detersivo miracoloso avrebbe potuto combattere contro l’unto più unto ed ostinato di cui si era chiazzato il mio pigiama.

E mentre ero là, a scucchiaiare lardo mollissimo e odorosissimo, non rendendomi conto che dopotutto stavo andando in sollucchero per la pinguetudine sottocutanea di un qualche non meglio imprecisato animale - mentre il bosniaco scatarroso dell’appartamente di fianco scatarrava insonne nel lavandino e la luna rischiarava gli scogli, le doline e l’ancora dolente cielo d’Istria - allora, in quel momento catartico mi sono apparsi Dio, la Madonna e le gemelle Cappa, tutti e quattro vestiti con un top rosso.

E tutti quanti dicevano una sola cosa:

- Pancetta affumicata. L’ingrediente segreto sono i piccoli dadini di pancetta affumicata.

E io ho sorriso felice.

..

.

Ah, per tutti i gourmet interessati: ho cinque vasetti di pesto di lardo istriano di cui mi voglio sbarazzare.
Io da quella notte magica, se ne sento ancora solo l’odore, vomito.

...

Sono finite le mie vacanze, così spero di voi.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 18:37 | Permalink | commenti (49)
categoria dello spirito:me myself and i, provato per voi
domenica, 29 luglio 2007

Il panettiere di sabato mattina, signora mia.
L’unico panettiere aperto nel circondario in un sabato mattina d’estate.
Pare una succursule della casa di riposo.
E ti sembra che in paese sia rimasta solo tu. E i vecchi.

Ah, ma diventerai vecchia anche tu, eh.

Vai di buona lena dal panettiere il sabato mattina con l’intenzione di prendere sette ciabattine.
Ci vuole una grande forza d’animo per accettare il numero 54, quando sul display lampeggia un misero 06.

Aspetti.
Aspetti pensando che, in confronto, gli assalti ai forni del passato devono essere stati dei simpatici happening.

L’incoveniente di quando sei in fila con ultra settuagenari è che tre quarti di loro sono sordi.
Quindi a chiamata del numero, non rispondono.

Tu sei contenta – in un batter d’occhio vedi che la distanza per il tuo turno si accorcia - ma sai che è troppo bello per essere vero.
Tuttavia ci speri. Invano.

Perché l’inconveniente di essere in fila con ultra settuagenari sordi è che comunque un po’ ci vedono ancora.
E allora – ad un certo punto, magari appena poco prima che tocchi a tegraziati da un tregua momentanea della loro cataratta - inizieranno a reclamare gracchiando la posizione perduta.

- 32! 32! Sono io il 32!

E il 45 viene scalzato in pieno da cotanto impeto di rivalsa.
Urla uno - iniziano ad urlare tutti.
Tutti che si sono dimentimenticati che era il loro turno, tutti che danno la colpa al fatto che la panettiera scandisce i numeri troppo a basso volume.

Tutti isterici, tutti supponenti – se è giusto che ci sia il rispetto dei giovani verso gli anziani, io esigo però che questo sia un sentimento reciproco.

- 32, 38, 46, 33, 47, 48, 29.

I numeri vanno su e giù impazziti e tu aspetti, ormai non sai più nemmeno cosa.
Aspetti, mentre la quantità di pane sugli scaffali scema paurosamente e ti immagini bunker atomici in giardino dove questi vecchi famelici ammassano le loro provviste cibarie.

E le ciabattine diventano tartarughe.
E i filoncini, tartarughe.
E le tartarughe, bocconcini.
E i bocconcini, panini al latte.
E i panini al latte, focacce alle olive.
E le focacce alle olive, due Chupa Chups.

Torni a casa pensando che ami fare scarpetta nel ragù con due Chupa Chups.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 22:07 | Permalink | commenti (44)
categoria dello spirito:me myself and i, osservatorio
giovedì, 19 luglio 2007
Il caldo.
Si accettano suggerimenti di qualsiasi tipo.

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Dopo il lavoro, vagavo instupidita dall’afa per i marciapiedi pieni zeppi di persone, tutte lente, tutte appiccicose, tutte – pure gli uomini - con pantaloncini alla pescatora bianchi che ne risaltavano l’enorme culone.

Dovevo andare in Corso Buenos Aires a comprare un regalo.
Prendo la metro e arrivo alla fermata esattamente a metà strada.
Salgo le scale.
E inizio a non capirci più nulla.

Non so più dove sia il negozio - e ci sarò stata mille volte.
Destra o sinistra.
Due sole direzioni, opposte.
Il 50% delle possibilità di sbagliare.

Mi butto a destra.
E solo molti metri più in là mi accorgo che forse mi sono confusa.
Il senso dell’orientamento di un celenterato.
Quando ci sono due strade – è matematico: io prendo quella sbagliata.



Nel negozio - raggiunto diversi cambi di direzione dopo - la commessa sta confabulando con un amico e da quello che riesco a capire lei è il suo pusher.

Ma di certo non la odio per questo, ma perché sta facendo una confezione regalo ridicola.

Riscendo in metropolitana.
All’imbocco delle scale c’è un uomo forforoso che mi ficca in mano un miserabile bigliettino ciclostilato e farfuglia qualcosa su una festa da organizzare per I Bambini Molto Malati e lo capisci subito che è tutta una patetica palla, ma tuttavia il caldo ti frena dal litigarci insieme e ti fa mettere automaticamente le mani nel portafoglio e prendere su una manciata di monete da consegnarli.

L'Uomo Forfora mi guarda come se la miserabile fossi io, soltanto perché mi sono appena alleggerita di tutti i 2 e 5 centesimi che tanto la macchinetta del caffé al lavoro non accetta, e mi lancia un volto schifato che me lo ricorderò finché campo.

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In metropolitana la gente sembra tutta più brutta, più unta, più grassa –
grottesca.
Come se la pressione derivata dall’essere sotto terra premesse sui corpi,
deformandoli orribilmente.

Io abbasso lo sguardo verso il regalo e pregusto gia l’atroce sorriso di circostanza che fara la persona a cui lo darò.

Sul treno, quelli di Trenitalia hanno fatto discreti progressi spegnendo il riscaldamento ma dimenticandosi tuttavia ancora il piccolo dettaglio di accendere l’aria condizionata.
Ma sono ragazzi, si faranno.

Ad un certo punto decido che gli occhiali mi danno fastidio, così li tolgo e il panorama migliora nettamente, con tutte queste figure nebulose che mi stanno attorno e di cui ora non vedo più i particolari.

Poi, quando sento di aver perso del tutto il contatto con la realtà, me li rimetto e davanti a me mi accorgo di un inglese che parla al cellulare in un fantastico accento di Oxford, con gli occhi – nel senso proprio di iride – rossi e mani da pianista.

Un colpo di fulmine durato addirittura sei minuti prima che lui scendesse.

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A casa trovo mio fratello che uccide zanzare su commissione, arrotolandosi la carta igienica sul pugno chiuso come un pugile con il guantone e scacciandole sul muro al grido terribilmente anni Novanta di:

- Cowabungaaaaa!



..

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Ho letto che in San Babila, alla fermata della metro, hanno installato un nebulizzatore d’acqua che abbassa la temperatura di circa 8 gradi rendendo l’aria fresca e profumata.

Una piccola meraviglia della tecnica che ho deciso domani andrò a visitare – magari ci rimarrò pure a dormirci sotto – con la stessa fervente speranza di un pellegrino che si incammina alla volta di Lourdes.
sup-postato da: Barbara23 alle ore 00:07 | Permalink | commenti (50)
categoria dello spirito:me myself and i, osservatorio
giovedì, 12 luglio 2007

La disgrazia più grande che ti possa capitare quando sei causa di piccoli incidenti è che le tue vittime siano degli insopportabili stracciapalle.

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Ne parlo ora, quando sono abbastanza sicura che lei non sia – tipo – morta.

Autobulanze, sirene, collare, barella – tutto come da copione.
Le dinamiche precise dell’incidente – ovviamente accidentali – non ho voglia di spiegarle.

Anche perché non è questo il punto.
Il punto è che mi sono sentita uno schifo.

E infatti sono andata subito a soccorerla per terra dov’era franata, a soccorrerla, a sussurarle di stare tranquilla, a mettere la mano sotto la sua testa e assicurarle con sollievo che non c’era nemmeno una goccia di sangue.

Sono stata con lei tutto l’interminabile tempo prima che l’autoambulanza arrivasse, vedendomi treni partire in faccia, continuando a balbettare, scusarmi, asciugare lacrime, cercando di contenere i suoi orrendi strilli da porco sgozzato.

E poi sono arrivati i soccorsi.
L’hanno caricata in barella, io l’ho fissata con tenerezza negli occhi,
mentre la polizia stava arrivando per verbale e multa.

Quindi l’ho salutata per l’ultima volta, mettendole in mano un bigliettino con le mie generalità – così, molto spontaneamente – nel caso avessi potuto aiutarla in qualche modo.

E per tutta risposta, mentre le porte dell’ambulanza si chiudevano, ho ricevuto uno sguardo energico e livido - che andava oltre l’odio e ogni altro sentimento umano di disprezzo.

E quel fogliettino, sventolato nell’aria – con un piglio anomalo da parte di una che un attimo prima mi aveva convinto che stava per morire.

- Ora so dove abiti!

Ora, non è chiedessi riconoscenza verso una a cui avevo appena fratturato dio-solo-sa-cosa.
La pretendevo proprio.

E’ quello che mi sono accorta di pensare, mentre la tracagnotta gracchiava dalla barella e già progettava di mandarmi uno squadrone punitivo sotto casa.

Macché fermarmi.
Avrei dovuto risalire in macchina, innestare la retromarcia, passarti sopra due e tre volte, spiaccicarti per benino e poi andare a festeggiare, stronza.

Peccato che le idee migliori vengano sempre dopo.

Un'altra cosa scocciante che può capitare è tamponare un tizio che non aspetta altro di essere tamponato.

Di solito o perché ha voglia di attaccare bottone con qualcuno o perché vuole rifilarti il numero di telefono di un carrozziere suo amico.

Nel mio caso, entrambe le cose.
L’uomo avevo un intero carnet di biglietti da visita e una parlantina da competizione.

- Peschi, peschi pure! I miei amici sono uno più conveniente dell’altro.

E mentre ero lì che tentavo di contenere le bordate di parole di quest’uomo che aveva deciso di raccontarmi la storia della sua vita, l’occhio mi cade sulla constatazione amichevole che sta compilando e in particolare su una scritta destabilizzante:
 
SUZUKO.

- Ehm.. veramente l’auto si chiama Suzuki.

- Suzuko, Suzuko! E io che ho scritto?

- No, nel senso.. con la I, vede?

- Sì, sì. Me l’ha venduta un mio amico. Si chiama Suzuko.

- L'amico?

- No, la macchina.

- Suzuki.

- Suzuko.

- ..ki.

- ..ko.

E alla fine l’ha spuntata lui.
Suzuko.
No, anzi: SUZUKO.



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Odio gli incidenti.
Ma soprattutto le constatazioni amichevoli imprecise.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 00:07 | Permalink | commenti (40)
categoria dello spirito:me myself and i, osservatorio
domenica, 01 luglio 2007

Così mi immaginavo - e se possibile ancora più marrone - il mio cappello da Sognatore.
Ma andiamo con ordine e raccontiamo dal principio.

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Che ne sarà di me?
Cosa mi aspetto dal domani?
Che cosa devo fare della mia vita?

Un po' di anni fa, l'Accademia in cui stavo decise di rispondere a queste domande così cruciali nell’esistenza di un giovine che si affaccia speranzoso alla vita con un
corso di motivazione in cinque comode lezioni.

Il venerdì pomeriggio – perché bisogna pure fare qualche sacrificio per costruirsi un futuro perfetto.

Non ero mai stata a un corso di motivazione tenuto da un uomo che dichiarava di fare il motivatore di professione e tutto ciò mi eccitava parecchio – insomma, mi sembrava di essere in procinto di fare qualcosa di profondo, molto nutriente per la mia anima e importante per il futuro.

Questo mi dissi quella mattina mentre mi preparavo in bagno, tentando di caricarmi.
E come tutta risposta ricevetti tre sputazzi nell’occhio dal mio riflesso allo specchio.

La scena di presentazione del motivatore fu breve ma affossante per capire che piega avrebbe preso l'intero corso:

- Ciao ragazzi, sono il vostro motivatore, mi chiamo Pimpinellaeheheheheh – è un cognome buffo lo so, però voi non prendetemi in giro, per favore.

Certo, coglionazzo.
Ora che l’hai fatto notare, stai pure certo che NON accadrà.

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Orbene, il Metodo Pimpinella verteva essenzialmente su una presunta tripartizione del nostro animo: in noi risiede una parte che sogna, una parte che realizza e una che giudica.
Suddette parti devono esprimersi in libertà affinché fuoriesca tutto il nostro potenziale inespresso.

- Bene, ragazzi, ora io voglio sentir parlare il vostro Sognatore. Indossate il cappello di Sognatore e fatelo esprimere liberamente.

Indi per cui nel seguente ordine dovevamo:
prendere il cappello di Sognatore dalla sedia, mettercelo in testa, parlare dei nostri sogni, poi togliere dalla testa il cappello di Sognatore, riporlo con cura sulla sedia, pigliare quello di Realizzatore, indossarlo, raccontare dei nostri progetti concreti, sfilarci il cappello di Realizzatore, rimetterlo a posto e quindi scegliere quello di Censore, posizionarlo sul capo e criticare in pieno tutto quello che avevamo detto prima.

E', ovviamente cercare di non scoppiare a ridere in faccia al buon Pimpinella per il fatto - non tanto secondario - che i tre cappelli fossero immaginari.

Le pantomime del nostro life coach non si esaurivano qui: amava pure farci suddividere la nostra vita futura in piastrelle del pavimento che dovevamo saltellare in sequenza e un giorno paventò l'idea di andare fuori in cortile a esercitarci nel giuoco della Campana-Della-Vita.

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Pimpinella, quando parlava, aveva sempre l’aria che ti volesse ipnotizzare.
Non so come credesse che venisse percepita la vocetta che usciva dalla sua boccuccia: rassicurante, calma, magari anche un pochino sexy?

In realtà era solo un asmatico che rantolava con stile.


Eppure non tutti si dimostravano disincantati e apatici ai suoi insegnamenti.
Con i suoi spiragli sul futuro, ridusse dei compagni in lacrime, mentre altri iniziarono a parlare come lui con gli occhi chiusi e bisbigli flebli di voce.

- Come vi vedete un attimo dopo aver preso la laurea? Vi prego, visualizzate la scena, toccatela con le mani e sommergetemi di vibrazioni positive.

- Ecco, io vedo dell’acqua. Una piscina. Vedo il mio corpo immerso nell’acqua che si rilassa, nuota, si distende. Poi mi vedo entrare in un negozio di borse porta-computer. Le tocco tutte, scelgo quella più carina, di pelle, morbida. E poi con questa borsa vado ad un colloquio e mi assumono.
Perché la mia è la borsa più carina.

Nel frattempo Pimpi si era squagliato dall’emozione.
E io avevo capito che con un atteggiamento del genere quella mia compagna ne avrebbe fatta di strada.

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Dal mio canto, nel corso di Pimpinella ho sempre fatto più o meno scena muta.
Però di fronte alla domanda da un milione di dollari "cosa vi immaginate di essere tra vent'anni?" qualcosa la dovevo pur dire, così tanto per cavarmi dalla difficoltà mettendolo in difficoltà:

- Penso siano domande un po’ assurde. Nel senso, basta un soffio di vento per far crollare qualsiasi piano che ci siamo fatti. E comunque credo che il Caso sia la nostra risorsa più grande.

Glielo dissi più gentilmente di quanto in realtà volessi fare.
Lui annuì comprensivo e pieno di amore - praticamente un muro di gomma - e poi rispose:

- Sì, certo. Però adesso mettiti meglio in contatto con il tuo Sognatore e riprovaci: cosa ti immagini di essere tra vent'anni? Stringi bene il cappello sulla testa - mi raccomando.

Chi è convinto veramente di ciò che dice - ecco la gente più pericolosa.



..

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Comunque, alla fine i risultati del corso del Pimpinella furono così fulgidi e lampanti che alla domanda conclusiva: "Qual è il tuo obiettivo futuro?", ben in tre risposero:

- Voglio aprire un’erboristeria.

Ed eravamo nel corso di grafica.

sup-postato da: Barbara23 alle ore 23:11 | Permalink | commenti (37)
categoria dello spirito:me myself and i, speculazioni
giovedì, 28 giugno 2007

Raffreddore d’estate.
Sarei meno riconoscibile se avessi la lebbra e andassi in giro con una T-Shirt “I love Molokai” e un campanellino.

Il raffreddore d’estate non è solo una gran scocciatura, ma anche un segno di fallimento.
Ma cosa ti prendi adesso il raffreddore, sfigata.
O almeno così mi sembra da come mi guardano tutti.
Con pena.

Perché ho l’aspetto di un pulcino sgarrupato o di una che ha la testa intasata di merda?
E chi lo dice che queste due cose non possano andare di pari passo?

Il problema è che anche nel beccare le malattie ci vuole stile e io, quando arriva il raffreddore, svacco alla grande.
Occhi acquosi e lucidi, labbra tumefatte, narici screpolate, rantoli dall’oltretomba, aspetto generale da derelitta.

E doppie punte – così, inspiegabilme