
Il delitto di Perugia è perfettamente fotogenico.
Ha sex appeal da vendere, è intrigante, è giovane, è sessodrogamorte come piace a noi.
Del resto, la vittima si è fatta icona ogni sera al telegionale nella sua foto di streghetta di Halloween dalle labbra troppo rosse.
E’ come se da Novi Ligure in poi, l’arte del delitto mediatico abbia trovato la sua pienezza in quest’ultimo.
Il suo perfezionamento, il suo punto di arrivo.
Certo, fare meglio è sempre possibile, ma per ora rimaniamo senza fiato ad ammirare le enormi potenzialità di questo caso.
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Il suo è un cast di prima scelta che fa subito molto Dawson’s Creek: l’americana faccia d’angelo, il fidanzato bravo ragazzo con gli occhialini senza montatura sul naso e la special guest star dell’uomo nero che ha il ritmo nel sangue.
Lo scenario è suggestivo, inedito: the dark-side of Perugia e il suo universo cosmopolita di ragazzi che da tutto il mondo vanno lì a studiare, tra le altre cose.
Le dinamiche sono perverse quanto basta per far eccitare noialtri del popolo bue & sovrano che abbiamo capito tutto della vita perché ogni venerdì sera seguiamo CSI.
Compaiono tutti i liquidi che ci interessano: prima alcool, poi lo sperma e infine il sangue.
Ci sono i giornalisti che si riempiono la bocca di parole, che ci portano a fare un viaggio nel presunto mondo dei gggiovani traviati dalla tecnologia, dove tutti ormai vivono in funzione della loro faccia riflessa sulla schermo del computer, dove quello che sei è rappresentato da foto, parole e filmati schiocchi su myspace colorati.
Spiegazioni così articolate che per tutto risultato fanno sì che mia madre non abbia ancora capito bene cosa sia, ma di certo ora è convinta che blog=male assoluto.
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E tutto fa brodo, si va avanti così, aspettando la prossima entrata in scena - che siano i RIS, un avvocato difensore particolarmente loquace o un testimone a sorpesa poco importa.
Pendiamo dalle labbra dell’ultima edizione di Studio Aperto che di certo avrà qualche minchiata esclusiva da mostrarci.
Ed è subito evento, un bel giocone multimediale in cui partecipare tutti insieme, ricco di stimoli, immagini, parole.
Delitto che piace perché non fa male, perché non capita a te: incuriosisce, s’insinua morboso.
E’ morbido, ti prende, è ricco di luci e ombre: è un film da gustare.
Non impressiona nemmeno: “morta sgozzata”, “lago di sangue” sono solo parole, ascoltate così tante di quelle volte che non si sentono nemmeno più addosso, nella pelle, come spine - ti scivolano soltanto, stereotipi nemmeno troppo originali.
La lama che taglia, le carni che si lacerano, il corpo nudo sul pavimento freddo che aspetta la fine dell’agonia: non è questo che ci interessa, cosa ce ne frega di come si possa essere sentita la vittima - a noi piace concentrarci su chi resta, sui cattivi&vincenti.
Perché comunque è tutta fiction, vero?
Cioè, è roba che leggo sui giornali, che vedo alla tivù – roba che non mi tange - non mi devo sentire in colpa se dopo anni e anni di esposizione, non mi fa più né caldo né freddo, vero?
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Però ho da protestare contro chi si occupa della programmazione: nel giro di poco più di una settimana prima la donna uccisa dal rom, poi Meredith e proprio oggi il tifoso laziale morto.
Insomma, troppa grazia, centellinate le cose con più cura, sennò non riesco più a starvi dietro.